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Alla necessità di colmare le lacune del ristretto spazio scenico del
«Bellini», si univa il frustrato orgoglio municipalistico di una
capitale a cui mancava un teatro, già presente e funzionante in
altre città dell'isola, come Catania e Messina. La nuova classe
borghese in ascesa reclamava il suo spazio, il luogo dove consumare
il profano rito dell'opera. Del «Bellini» si criticava ad esempio la
mancanza di un magnificente prospetto, che desse lustro alla città e
al pubblico che lo frequentava. Nel 1864 viene pubblicato il bando
di concorso per «Un nuovo teatro in Palermo». Da questa data
bisognerà attendere ben trentatre anni affinché si aprano per la
prima volta i battenti. Nel frattempo viene costruito
dall'architetto Damiani Almeyda un altro teatro, il Politeama, sui
modelli realizzati a Pisa, Livorno, Firenze e Napoli, inaugurato con
«I Capuleti e i Montecchi» di Bellini. Nella stagione 1892-93 la
prestigiosa bacchetta di Arturo Toscanini vi dirigeva la «Loreley»
di Catalani e «II Vascello fantasma» di Wagner. Il bando di concorso
venne affisso su tutti i muri della città e pubblicato sui maggiori
giornali italiani e riviste d'architettura europee. I lavori
dovevano essere presentati dopo due anni, termine poi prorogato di
sei mesi. Giunsero trentacinque progetti, di cui dodici stranieri.
L'ingente materiale di archetipi e disegni fu esposto nella chiesa
di San Domenico tra lo scandalo dei benpensanti. Nella chiesa venne
allestita una mostra, a cui i palermitani accorsero numerosi. Si
procedette quindi alla nomina di una commissione internazionale
esaminatrice, che risultò composta dal tedesco Goffredo Semper, dal
fiorentino Mariano Falcini e dal palermitano Francesco Saverio
Cavallari. Ricordiamo per inciso che il Semper, costruttore dell'Hoftheater
di Dresda, aveva progettato un teatro wagneriano a Monaco per Luigi
II, e realizzato il famoso tempio di Bayreuth. Vincitore risultò
G.B. Filippo Basile, al quale vennero assegnate 25.000 lire. Il
Semper dichiarò «il concorso è riuscito di grande onore all'Italia e
dà rallegrante testimonianza dello incredibile veemente rifiorire
dell'Arte». Congratulazioni giunsero all'architetto palermitano da
ogni parte d'Italia. Dato che la somma stanziata dal municipio era
apparsa agli esaminatori insufficiente, avevano elevato la spesa
prevista di un milione. Ma il Comune tenne duro ed essendo dunque
caduto uno dei requisiti del concorso - un preventivo di spesa
rientrante nel limite previsto - si giunse all'annullamento del
concorso. Nei cinque anni successivi continuarono le polemiche e le
diatribe. Basile ripropose un progetto più economico limitato ai
servizi essenziali necessari per far si che gli spettacoli avessero
luogo. Nell'ottobre del 1874, il Consiglio comunale approvava il
progetto, nominando Basile stesso direttore dei lavori. Il 12
gennaio 1875, alla presenza del sindaco Emanuele Notarbartolo,
veniva posta nella odierna piazza Verdi la prima pietra. Una
medaglia commemorativa e una lapide vennero murate a ricordo di
quello storico giorno. I lavori erano dunque finalmente iniziati. Ci
si rese subito conto della inopportunità di costruire esclusivamente
il pezzo centrale del teatro, sicché vennero messi in bilancio altri
fondi in modo da portare a termine un edificio completo nelle sue
parti. Ma le cose non procedettero senza intoppi. Nel 1881 grazie ad
uno zelante ingegnere dell'Ufficio tecnico comunale, che riscontrò
una spesa eccessiva nella copertura e nella costruzione della sala e
della scena, vennero sospesi i lavori e revocato al Basile
l'incarico. Si parlò di affidare i lavori ad un altro architetto e
ci fu chi propose Alessandro Antonelli, autore della Mole
Antonelliana, allora ultraottantenne. Dopo nove anni si riprese
confermando lo statu quo ante. Ad anni di noiose lungaggini
burocratiche segui un inutile e improvviso colpo di acceleratore: si
voleva inaugurare il nuovo teatro durante l'Esposizione del '91 che
avrebbe radunato a Palermo un gran numero di visitatori. Stanco e
amareggiato il 16 gennaio dello stesso anno moriva Basile. Appena
quattro giorni dopo, venne nominato direttore dei lavori il figlio
Ernesto, il quale attese per sei anni al completamento dell'opera
paterna cosi a lungo inseguita. Come nel '91, si premette affinché
il teatro venisse aperto nella primavera del '97, quando ancora i
lavori non erano del tutto completati (il sistema elettrico, ad
esempio). Il 16 maggio 1897 si aprivano finalmente i battenti
dell'agognato teatro. Ricordiamo che la scelta del luogo, ove far
sorgere il nuovo teatro, risale al 1862, anche se già con grande
lungimiranza il viceré Caracciolo aveva propugnato la costruzione
«fuori porta Maqueda» cioè fuori le mura cittadine, verso nord, la
direttrice verso la quale si sarebbe sviluppata la città nuova.
Vennero demoliti due monasteri con relative chiese. Una perdita non
particolarmente grave tranne che per la chiesa di San Giuliano,
opera del celebre architetto Paolo Amato del Settecento palermitano.
Nei moti nel ‘66, le monache del monastero della Stimmate avevano
prestato soccorso ai rivoltosi: la demolizione era dunque ampiamente
giustificata in un momento storico non particolarmente favorevole
alle comunità religiose. E’ di quegli anni la cosiddetta
legislazione eversiva, che tendeva all'esproprio dei beni
ecclesiastici, alla riduzione e a volte all'abolizione dei privilegi
e delle immunità, dei quali, fino a quel momento, il clero aveva
goduto. L'opera architettonica a questo punto non può dirsi
terminata e anche negli anni successivi non si pervenne ad un suo
completamento. E da rilevare il fatto che nel progetto originario il
teatro era stato pensato per assolvere a una molteplicità di
funzioni: ospitare la stagione d'opere e concerti, ma anche veglioni
di carnevale e il circolo dei nobili. Già nel 1887 si lanciava, in
un documento del Collegio degli ingegneri e degli architetti di
Palermo, l'idea modernissima di far diventare il teatro una
struttura multivalente. Accanto alla consueta attività musicale,
avrebbero dovuto trovar posto biblioteche e altri servizi culturali.
Nella sala dunque opere e feste da ballo, in tutti i corpi bassi
disposti attorno, gli accessi, il circolo dei nobili, la sala per
concerti, il caffè, il foyer. Nella torre di palcoscenico trovavano
posto tutti gli spazi necessari allo svolgimento delle attività
legate all'allestimento: sale prova, camerini, laboratori, sartorie
etc... Il progetto del Basile padre, prevedeva un congegno mai messo
in atto con il quale il pavimento della sala, inclinato per quattro
gradi verso il palcoscenico, veniva reso orizzontale. Un altro
congegno, anch'esso mai realizzato, sarebbe stato predisposto per
rialzare il piano dell'orchestra durante i balli pubblici. Gli
ambienti destinati ad ospitare il circolo dei nobili, furono
occupati da una scuola schermistica. Negli anni '30 i locali vennero
riadattati per accogliere gli uffici del teatro. Appena dieci anni
erano trascorsi dalla magica serata falstaffiana, che sorse la
necessità di riprendere i lavori e in particolare nello spazio
riservato all'orchestra. Basile aveva previsto la sua collocazione
nell'arco scenico, ma la sua soluzione non fu mai tradotta in atto.
Nel 1897 i professori d'orchestra avevano suonato su un predellone
di legno posto sullo stesso livello degli spettatori parato da
dodici colonnine di noce con ciò. Nel 1908 venne costituita la fossa
o strale, allargata nel 1925 verso la ribalta, stando, la vecchia
cabina del suggeritore, quindici anni più tardi, ad un nuovo
accorciamento della ribalta per un consegue ulteriore allargamento
della fossa. Nel 1970 il prof. Unruh redasse un progetto di
ristrutturazione del teatro, che prevedeva i piani mobili del
palcoscenico e della fossa orchestrale. Il 23 maggio 1973
l’Amministrazione Comunale chiese la disponibilità del teatro sino
al 30 novembre 1974 per effettuare i lavori. Venne concessa
l'agibilità per un breve periodo (gennaio-febbraio ’74) per una
serie di concerti a condizione che non impegnassero il palcoscenico
e i servizi annessi. Il 29 gennaio 1974 venne eseguito il «Nabucco»
in forma di oratorio: furono le ultime note a risuonare nel
magniloquente edificio. Da quella data a tutt'oggi il teatro è
rimasto muto. L'edificio avrebbe dovuto essere riconsegnato il 30
novembre 1974. Ciò non avvenne non solo per la difficoltà e la
lentezza nel reperire le fonti di finanziamento, ma anche perché i
lavori realizzati avevano «risolto solo in parte la grave situazione
preesistente». Carenze che affondano le loro radici nel passato: si
pensi che, nel secondo dopoguerra, al Massimo mancavano ancora le
uscite di sicurezza per il pubblico e si manovrano manualmente le
funi di scena. La situazione interna dell'Ente inoltre non favoriva
una rapida soluzione di un così complesso problema. Le gestioni
commissariali, che seguirono alle dimissioni di De Simone (1972),
dovettero affrontare problemi più immediati e di minor respiro più
che occuparsi e promuovere progetti a lungo termine quali
risultavano necessari per i famosi restauri. Tre anni occorsero al
Consiglio comunale per risolvere il problema della nomina del nuovo
sovrintendente. Nel luglio '77 Ubaldo Mirabelli assumeva l'incarico
e con la riacquisita stabilità amministrativa ritornava pressante il
problema dei lavori. Dopo la realizzazione di opere, stralciate dal
progetto Unruh, venne dato incarico all'Università di preparare un
progetto di fattibilità ed uno esecutivo per le opere d'intervento
immediato, entrambi presentati nel 1980 e poi unificati nell'81. Era
infatti sorta la consapevolezza che la riapertura non fosse
possibile con operazioni di mero tamponamento dei gravi problemi.
Innanzitutto quello del golfo mistico. I continui rifacimenti, sopra
illustrati, testimoniano un vizio d'origine cosi come
l'impossibilità di ripristinare la soluzione originaria dal Basile,
essa stessa mai realizzata. A tutto ciò, risolvibile mediante piani
mobili, si aggiungeva l'esigenza di ripristinare gli ambienti mai
completati per dotare l'ente di tutti quegli spazi che la vita di un
teatro comporta in special modo le sale prova per cantanti solisti,
strumentisti, coristi e ballerini. Nell'81 si consegnano i lavori
relativi alla fornitura e alla collocazione dei tiri elettrici di
scena, mentre un anno dopo il Consiglio Regionale dei Beni Culturali
e Ambientali accetta l'inserimento dei piani mobili per l'orchestra,
ma non la rimozione di sei tubi di ghisa, rivestiti di cemento, del
palcoscenico in quanto considerati «inerenti all'architettura
originaria». Occorre dunque modificare il progetto, presentato
quindi alla Cassa del Mezzogiorno e suddiviso in due lotti, l'8/P
riguardante le opere murarie di ristrutturazione edilizia e il 9/P
relativo al palcoscenico nel suo complesso. Pur tra ritardi,
modifiche e sospensioni, l'8/P va avanti e i lavori previsti
vengono, anche se non completamente, ultimati nell'86. Il 9/P,
relativo in particolare ai piani mobili e le uscite di sicurezza, ha
finito per risentire della soppressione della Cassa e dunque risulta
non attuato. Ulteriori problemi restano la predisposizione dei
restauri artistici nel teatro, il restauro dei locali attualmente
occupati dall'Associazione della Stampa e dell'Ordine dei
giornalisti, l'acquisizione dell'ex-Cinema Massimo per ubicarvi gli
uffici del teatro, che dovranno sgomberare per consentire l'apertura
delle prescritte uscite di sicurezza. Entrando poi per Porta Maqueda
sarai colpito da un altro enorme edificio: è il nuovo Teatro
Massimo, ancora in costruzione. Figurati che il municipio vi ha
speso finora cinque milioni... A me povero profano, come lavoro
d'arte non piace; da una parte ti ricorda la pancia del Panteon di
Agrippa; più in là trovi le linee inconcludenti di un edificio
borghese; non esiste armonia architettonica in questa miscela».
Questo brano di Enrico Onofrio testimonia l'animosità della polemica
che accompagnò il Massimo nel suo farsi. Eppure fu proprio la
monumentalità a costituire il fattore vincente ed a determinare
quindi il successo del suo creatore. Certo, una monumentalità, come
risulta già dalle parole appena citate, un po' ibrida nella quale si
miscelano la compostezza neoclassica, il motivo del portico greco
unito a quello della rotonda romana, il classicismo romantico della
Schinkel che nello Schauspielhaus di Berlino vi aveva apposto sul
fronte un pronao esastilo. Il tutto rivisitato in un'impronta che
almeno nelle intenzioni voleva essere nazionale.
e Volli imprimere un significato politico al mio progetto col
servirmi per la decorazione dell'edificio degli elementi di quella
scuola eminentemente italica». Lo testimoniano l'uso della pietra
tufacea locale, che lo riprende Marvuglia, nonché i capitelli in
stile corinzio-italico, frutto degli studi del Basile sulla Sicilia
greca e soprattutto sul tempio di Vesta a Tivoli. Non solo, ma
furono tutti artisti siciliani i pittori (De Maria, Corteggiani,
Padovano, Di Giovanni, Enea) che decorarono la sala e i ridotti, nei
quali i motivi floreali e i putti simboleggiano e raffigurano la
ciclicità della vita. Il sipario, dipinto da Sciuti, raffigura il
Corteo di Ruggero Il dalla Reggia verso la Cattedrale per la sua
incoronazione. Rutelli e Civiletti scolpirono i due leoni del
prospetto, mentre Geraci e Valenti eseguirono le decorazioni del
Vestibolo. All'esterno, i blocchi monumentali - il pronao esastilo,
la cupola della sala e l'alta torre di palcoscenico, coperta da un
tetto a due falde - sembrano spingere le loro volumetrie verso
l'alto. Il complesso copre un'area di 7.730 metri quadri, facendo
del Massimo Vittorio Emanuele, come risulta nella sua dizione
completa, il terzo teatro più vasto d'Europa, dopo l'Opera di Parigi
e il Hof-Opernhaus di Vienna, anche se la sala era nel '97 la più
grande d'Europa. Piccolo in proporzione l'arco scenico riccamente
decorato. La forma della sala segue H modello tradizionale cioè
quella a ferro di cavallo con cinque ordini di palchi e galleria,
che oggi possono ospitare circa 1300 spettatori. E interessante
riflettere su un passo del Basile, dal quale risulta che la
larghezza del palco venne pensata in relazione ai suoi occupanti,
cioè immaginando il teatro pieno e pertanto partendo dal dato
concreto che generalmente siedono sul davanti tre persone. Non solo,
ma la misura deve fornire esteticamente una linea ed un insieme il
migliore possibile. L'architetto francese Boulleé, avendo assistito
ad una rappresentazione operistica, aveva parlato un secolo prima
«di belle donne disposte come un bassorilievo». Il teatro è dunque
una specie di recipiente con un suo valore estetico che si struttura
e vive in funzione del suo contenuto. Oltre ad un presunto fantasma
il Massimo possiede un'enigma. Sul frontone si può leggere: l'Arte
rinnova i popoli e ne rivela la vita. Vano delle scene il diletto
ove non miri a preparare l'avvenire. Chi sia l'autore di tali
ispirate parole non si è mai riusciti a sapere. In una ridda di
nomi, tra i quali quello di Perez e La Lumia, è saltato fuori anche
quello di Gioberti, al quale sarebbe da attribuire la paternità
della prima frase. Certo è, che non risulta perfettamente coincidere
con il gusto liberty del Basile figlio, come si può rilevare dalle
sue parole, che sotto riportiamo. «Fra gli edifizi dei nostri tempi
i teatri sono quelli che presentano carattere più spiccato di
monumentalità e anche di più deciso carattere artistico. Dai teatri
infatti ogni idea di utile è esclusa, ogni pensiero di utilità
pratica bandito; essi sono eretti a puro scopo di ricreazione
pubblica; e se dietro al diletto v’ha poi l'insegnamento e un fine
istruttivo e morale, questo si palesa secondario... A differenza di
ogni altro edificio che trae la sua origine da un bisogno più
direttamente utilitario... il teatro è opera esclusivamente di
lusso, in cui l'arte deve senza dubbio sfoggiare e risplendere». Il
«Falstaff» inaugurò il teatro il 16 maggio 1897 - sul podio Leopoldo
Mugnone e nel ruolo protagonista Arturo Pessina. Anche questa
attesissima première era stata minacciata dal fato avverso: la
Commissione prefettizia per l'agibilità dei teatri aveva rifiutato,
il giorno prima, il nulla osta. L'intoppo «suscitò la più intensa
gioia negli ambienti clericali, i quali non riuscivano ancora a
rassegnarsi all'idea della demolizione di due monasteri per far
posto ad un teatro. Nelle Chiese si ringraziava Iddio, né mancò chi
attribuiva l'accaduto all'influsso... della Monaca. Perché bisogna
sapere che, nei primi tempi del Massimo, si diceva che il fantasma
di una monaca, che era appartenuta ad uno dei due monasteri
distrutti e che aveva avuto sepoltura nella Chiesa del Monastero
stesso, donde le sue ossa erano state scacciate dalla demolizione,
aleggiasse sulla gran fabbrica, vagasse pei ponti del palcoscenico,
si incontrasse pei corridoi, passeggiasse sui cornicioni». Dalla
pubblicazione del Teatro Massimo curata da Tiby e dal Ciotti per il
cinquantenario di attività, abbiamo stralciato questo brano per
dimostrare come i fantasmi non siano una prerogativa di nordici
castelli, ma che sono presenti anche nel solare sud! Nella medesima
stagione, un giovane tenore, allora poco conosciuto, interpretava
l'Enzo ne «La Gioconda» di Ponchielli: era Enrico Caruso. Come era
già avvenuto al Teatro Bellini la gestione artistica era in mano ad
imprese private. Negli anni tra il 1906 e il 1919, il 1923 e 1926,
gli anni dello splendore della Palermo liberty, i Florio fecero
conoscere le opere di Wagner e la «Salome» di Strauss.
Significativa, inoltre la presenza di un grande musicista e
direttore d'orchestra palermitano, Gino Marinuzzi. Nel 1936 muta la
struttura giuridica del Teatro Massimo, che sì trasforma in Ente
Autonomo. Nasce allora la figura del Sovrintendente: il primo ad
assumerne l'incarico fu il Maestro Cardenio Botti. Gli eventi
bellici, che provocarono l'interruzione delle attività dal '42 al
'44, risparmiarono quasi del tutto l'edificio: una piccola bomba
perforò il tetto del palcoscenico, esplodendo al piano terra. I
danni furono tuttavia minimi. Nel 1940 Franco Alfano aveva assunto
la direzione dell'Ente. Accanto al consueto repertorio incentrato
sostanzialmente su titoli verdiani e veristi, vengono inseriti nel
cartellone lavori di compositori siciliani («Zolfara» di Mulé e «Persefone»
di Ferro). La poltrona di Sovrintendente viene quindi occupata dal
Raccuglia. Dopo la gestione americana che aveva requisito il teatro
in periodo bellico, il pubblico ritorna con rinnovato calore nelle
rassicuranti mura del Massimo a riascoltare le opere amate. Sono gli
anni della Caniglia, di Gigli, di Stabile e di Gino Bechi, che
proprio a Palermo acquista larga notorietà. Nella stagione 1946-47
per festeggiare i primi cinquant'anni di vita viene predisposto un
programma composto da due stagioni liriche, una al Politeama l'altra
al Massimo, dove ebbero anche luogo una serie di concerti. In quelli
sinfonici, diretti tra gli altri da Rossi, Capuana, Zecchi, vennero
eseguite tutte le sinfonie di Beethoven, compresa la Nona, che non
era stata mai eseguita sino ad allora a Palermo. Era un anno
particolarmente favorevole al compositore di Bonn: i quartetto Lener
presentò in sei concerti l'integrale dei suoi lavori per questa
formazione. Oltre alle tre opere della stagione inaugurale («Falstaff»,
«La Gioconda», «La Bohème») si diedero le mozartiane «Nozze di
Figaro», il verdiano «Nabucco» e l'interessante «Amore dei tre Re»
di Montemezzi. Il ruolo di Falstaff fu affidato ad un palermitano,
la cui mirabile interpretazione aveva finito per identificarlo con
il personaggio verdiano. «Se la donna è mobile, Falstaff è...
Stabile» (Mariano) per dirla scherzosamente con Gualerzi. L'«Amore
dei tre Re» segna l'inizio di un'apertura via via crescente verso il
teatro musicale contemporaneo, specie quello italiano. Si
allestirono infatti «Resurrezione» di Alfano, «La monacella della
fontana» dell'imerese Mulé, «Fedra» di Pizzetti, recentemente
riproposta a Palermo, «I quatro rusteghi» di Wolf-Ferrari sino a
giungere al «Re Ruggero» di Szymanowski nel 1949, anno in cui venne
inaugurato a Palermo il 23° Festival Internazionale di Musica
contemporanea. Nella medesima stagione si registra la presenza
dell'allora giovane ed esordiente Giulini e quella prestigiosa di
Hindemith. In quello stesso anno prima comparsa della grande Maria
Callas nel ruolo di Brunhilde della Walkiria; due anni più tardi
canterà nelle vesti di uno dei suoi personaggi più conosciuti:
Norma. Di ciò che avvenne tra il '51 e il '52 ricorderemo il
Gabriele Adorno di Mirto Picchi nel «Simon Boccanegra», la
Preziosilla di Giulietta Simionato, la respighiana Lucrezia Borgia
della Stella, l'Otello di Vinay, la Margherita della Tebaldi nel
boitiano «Mefistofele», la pucciniana Cio-Cio-San della Olivero e le
folgoranti interpretazioni di due grandi direttori, Klemperer e
Scherchen. Con la gestione Cuccia (1953-57) si punta al recupero di
opere del passato ingiustamente cadute nell'oblio (ad esempio «I
Capuleti e i Montecchi» di Bellini, prima rappresentazione assoluta
nel nostro secolo e «II Turco in Italia» di Rossini diretto da
Gavazzeni). Tra le novità di quegli anni vanno citate «II cappello
di paglia di Firenze» di Rota e «Pantea» di Lizzi, con la quale si
conferma l'attenzione del Teatro al fertile humus musicale
siciliano. Nel '55 si inaugura con «Parsifal», interpretato da Vinay
e diretto da Serafin, in quegli anni e anche successivamente molto
attivo a Palermo. Particolarmente degno di nota la «Giovanna D'Arco»
di Honegger, la cui regia fu firmata da Rossellini. Altrettanto
appare la presenza sul podio di Paumgartner specialista mozartiano,
nella «Finta semplice» e inoltre quella di Maderna e Celibidache in
memorabili concerti. Nel 1957, la nomina a Sovrintendente di
Leopoldo De Simone e con esso un nuovo spazio: il Teatro di Verdura
di Villa Castelnuovo inaugurato con il verdiano «Otello»
protagonista Del Monaco. Per tutti gli anni della sua gestione, si
opera un felice repechage di opere come «II Pirata» di Bellini, che
inaugura la stagione del 1958; «Beatrice di Tenda» nel '59 (con tale
data viene riproposta all'attenzione del mondo); nel '68 l'«Alceste»
di Gluck, nel '70 una splendida «Vestale» interpretata dalla Gericer,
E ancora: 41 Governatore di Logroscino», prima rappresentazione dopo
il secolo XVIII, e «Elisabetta, regina d'Inghilterra» diretta da
Gavazzeni. Nel 1960 esplode il boom contemporaneo a Palermo, al
quale il Massimo contribuì con il «Pelléas et Mélisande» di Debussy
e il ,Wozzeck» di Berg. Proprio in quegli anni era titolare della
cattedra di storia della musica Luigi Rognoni, sotto il cui impulso
nacquero le «Settimane di Nuova Musica». Nelle sei edizioni, dal
1960 al '68, furono presentati i Nuovi e i Nuovissimi della musica
d'oggi. I concerti dei quali alcuni al Massimo ebbero tale risonanza
europea da porre Palermo accanto a Damstadt. Nel 1963 Leibowitz
presentò al pubblico musiche di Ives e Varèse. Nel repertorio
tradizionale, De Simone portò una ventata di aria nuova immettendo
nel consumo dello spettacolo musicale il trascurato Mozart («Ratto
dal Serraglio» nel '59, «Flauto Magico» nel '61 diretto e con la
regia di Von Matacic, «Don Giovanni», «Cosi, fari tutte, nel '67).
Di grande rilievo la «Passione secondo Matteo», spettacolo ideato
dal regista Graf che realizzò la prima esecuzione scenica del
capolavoro bachiano in Europa. Un grande direttore, Scherchen, lo
interpretò con indimenticabile pulizia stilistica e forza
espressiva. Il coreografo Millos fu a Palermo tra il '58 e il '60.
Con Guttuso e il compositore Museo realizzò uno splendido spettacolo
coreografico: &i danze per Demetra». Nel ‘60 e nel '63 altre due
opere di compositori palermitani: «Né tempo né luogo» di Savagnone e
«II Diavolo in giardino» di Mannino, rievocazione della Parigi
prerivoluzionaria mirabilmente impreziosita dalla raffinata regia di
Visconti, che collaborò inoltre alla stesura del libretto. In prima
assoluta, un altro mito siciliano «L'amore di Galatea» (1964) con un
prestigioso librettista, il poeta Quasimodo. Autore della musica
Lizzi. Inutile ricordare che questi sono gli anni d'oro della lirica
e tra il '58 e il '65 sfilano le più leggendarie ugole del momento.
Tra gli altri la Stella, la Simionato, Di Stefano, Del Monaco,
Siepi, Raimondi. Citeremo in particolare due soprano che si sono
affermate proprio a Palermo: Joan Sutherland rivelata in una
indimenticabile interpretazione della «Lucia» e nei «Puritani» e
Ilva Ligabue in una «Bohème» in cui il regista Enriquez ricostruì e
rievocò la scapigliata Milano di fine secolo. Sul podio si
susseguirono nomi come Serafin, Gui, Votto, Sanzogno, Molinari
Pradelli e De Fabritiis. Fra gli stranieri, il francese Dervaux e il
tedesco von Matacie che nel 1970 presenterà in lingua originale le
prime due giornate della tetralogia wagneriana («Oro del Reno» e
«Walkiria») completata l'anno successivo con «Sigfrido» e
«Crepuscolo degli Dei». Un altro filo rosso è costituito da un
inserimento prudente ma costante di opere russe. Nel '59 è il turno
del «Ivan il terribile» di Korsakov, nel '63 la «Kovancina» di
Mussorgskij, nel '67 «II principe Igor» di Borodin e «La sposa
venduta» di Smetana, quest'ultime nell'edizione del teatro nazionale
di Belgrado. Sono inoltre gli anni di un'intensa partecipazione del
Massimo alla vita operistica internazionale. Al Festival di
Wiesbaden, a cui partecipò per tre anni di seguito, magnificenti
edizioni di opere italiane fecero conoscere al pubblico tedesco «Turandoh
e «Falstaff, ('60), «I Puritani» e «La Bohème» (1961), «Otello» e
«Don Pasquale. (1962). Consenso di pubblico e di critica anche a
Parigi, al Theátre des Champs-Elysées, dove, durante il Festival
dell'Opera italiana, furono presentate «Turandot», «Otello» e «Don
Pasquale», quest'ultima eseguita nel '63 anche a Schwetzingen. La
musica d'oggi riceve dal Massimo un interesse costante. Oltre alle
opere già citate, l'«Oedipus Rex» di Strawinski e «L'enfant et les
sortiléges» di Ravel (30 gennaio 1958). Nel '62 «Meyerling» di
Giuranna, due anni dopo, «I Dialoghi delle Carmelitane» di Poulene.
Nel '67 un significativo «trittico»: «Volo di notte» di Dallapiccola,
«Sette canzoni» di Malipiero e «Ritratto di Don Chisciotte» di
Petrassi. La stagione veniva inaugurata da una prima assoluta: «II
Gattopardo», opera composta da Museo e da lui diretta (regia di
Squarzina e scene di Pizzi), Nella stessa stagione «lfigenia» di
Pizzetti e «La vida breve» di De Falla. All'aperto, nello splendido
scenario di Villa Castelnuovo, Matacic dirigeva «L'incoronazione di
Poppea» di Monteverdi. Alle prime luci dell'alba del nuovo anno
1969, muore Angelo Museo, stroncato da un infarto; gli succederà
nella direzione artistica il Maestro Raccuglia. Le punte di diamante
della stagione furono «Luisella» di Mannino e «La Cenerentola» di
Rossini, diretta da Gui e nel title-role la Berganza. Nel 1971 altra
prima assoluta: «La sagra del signore della nave», tratta dal dramma
omonimo di Pirandello e musicata dal siciliano Lizzi. Il 1972 vede,
oltre le dimissioni di De Simone, la partecipazione del Teatro
Massimo al XXVI Festival Internazionale di Edimburgo. Al King's
Theatre un'eccellente compagnia di canto (Raimondi, Parazzini,
Bruson) propone, nella Renaissance del primoVerdi, «Attila».
Sanzogno dirige «Ia straniera» con la Scotto ed «Elisabetta regina
d'Inghilterra», nuovamente interpretata dalla Gencer. A Palermo
scelte significative erano state «II Cavaliere della Rosa», la cui
direzione fu affidata a Rennert e la serata del 28 marzo '72, in
cui, in occasione dei novant'anni di Malipiero, furono eseguite tre
sue opere: «Filomena e l'infatuato»; «Merlino, Maestro d'organi» e
«Uno dei dieci». Dell'anno dopo si segnalano «Laborintus secondo» di
Berio, «L'Histoire du soldat» di Strawinsky, «La Medium» e «Sebastian»
di Menotti e un'altra significativa opera straussiana, «Elektra».
Nel periodo tra il '72, anno delle dimissioni del Sovrintendente De
Simone e il '78, durante il quale vennero ricostituiti i vertici
amministrativi, la gestione venne affidata a Commissari straordinari
di nomina ministeriale. Dopo le dimissioni di Lanza Tomasi, la
direzione artistica venne affidata (1975) ad un comitato composto da
Gavazzeni, Arrigo, Petrassi e Santi. Nel frattempo, come già detto,
dopo il «Nabucco» in forma oratoriale (15 gennaio 1974),
l'inagibilità del Massimo comportava il trasferimento degli
spettacoli al Politeama Garibaldi e questo stato di cose, come è
noto, dura fino ad oggi. Nel 1974 i complessi artistici del Teatro
Municipale di San Paulo (Brasile) proponevano all'attenzione «Guarany»
di Gomes. L'attenzione al moderno e al contemporaneo si evidenzia
nel «Prigioniero» di Dallapiccola (1975), un'interessante omaggio
coreografico a Strawinsky («Pulcinella,,, «Apollon Musagète» e «Petroushka,,),
«I sette peccati capitali» e «Lo zar si fa fotografare» di Weil. Da
segnalare due interessanti proposte glukiane «Armida» e «Ifigenia in
Tauride», diretta da un'esordiente Chailly. Compare una luminosa
meteora: il Ballet du XXéme Siécle di Bejart. Nel 1977 un evento
storico: «La carriera di un libertino» di Strawinsky ed una proposta
brillante e divertente tutta francese («Le docteur Miracle» di Bizet
abbinato all'offenbachiano «Monsieur Choufleuri»). Con il 1978
inizia un nuovo corso: la direzione artistica passa nelle mani di
Arrigo e sovrintendente viene eletto Ubaldo Mirabelli. E’ un
establishment che dura a tutt'oggi. L'appassionato di lirica, si sa,
è molto spesso, conservatore. Chi ricorda con nostalgia i bei tempi
che furono, le serate di gala, i grandi interpreti e soprattutto la
sala Basile nel suo sfavillante fulgore, non si troverà concorde con
la linea perseguita in quest'ultimo decennio dall'Ente. Una linea
che ha rivoluzionato il tradizionale modo di gestire un teatro.
Nell'87 sono state organizzate 1458 manifestazioni, di cui 659 fuori
Palermo. Colpisce, anzitutto, l'alto numero complessivo: privato
della sua sede naturale, Il Teatro ha moltiplicato le iniziative,
proponendosi come soggetto attivo in una capillare diffusione del
patrimonio musicale. Poco meno della metà delle iniziative vengono
predisposte nella Sicilia occidentale, portando la musica in centri
tagliati fuori dai normali circuiti. Nell'84, viene eseguito il
«Requiem» di Verdi; nell'86, la «Missa solemnis,, e la «Nona» di
Beethoven (12 esecuzioni). Inoltre, concerti corali e cameristici
con complessi orchestrali dell'Ente e altri noti gruppi, come
l'Ensemble Garbarino. Uno spettacolo antologico firmato da Crivelli,
ha fatto conoscere e trasmesso il sorridente messaggio
dell'operetta, Recitals di interpreti come la Licata, Gazzelloni, Di
Stefano, Bordoni, sono stati organizzati per le scuole e le
istituzioni cittadine e non, in modo da avvicinare i giovani al
linguaggio musicale. Non vengono trascurati i nuovi orizzonti della
musica di questo secolo: numerosi sono stati i seminari, tenuti da
Gaslini, e i concerti di jazz. Accanto al tradizionale veicolo di
diffusione costituito dal concerto, ne sono stati escogitati altri
(spettacoli di marionette, fumetti e seminariconcerti del Gruppo
strumentomusica di Scarano) rivolti al trascurato pubblico dei più
piccoli. Una mastodontica produzione, dunque che vede costantemente
impegnati i complessi artistici- ricordiamo che il Teatro Massimo è
la seconda fonte occupazionale, dopo i Cantieri navali, più
importante della città. Chi andasse a teatro per sentire Fugola
d'oro del momento, rimarrebbe deluso. I numerosi turni d'abbonamento
(da 8 a 14) rendono improbabile per un cantante la permanenza a
Palermo per circa 30-40 giorni. Ecco allora, con spirito di
adattamento tutto meridionale, puntare su voci nuove e giovani
direttori. Da fruitore dello star-system, Il Massimo si è
trasformato in un vero e proprio talent scout, in linea con una
tradizione, già perseguita a suo tempo. Abbiamo detto di Caruso
nella stagione inaugurale, resta da citare il lancio di Kraus, che
sostituì al secondo atto di un memorabile «Rigoletto» il tenore
Filippeschì. Sotto l'ala protettiva del Massimo, hanno trovato
«ricovero» e la possibilità di affermarsi cantanti oggi in carriera
come Nucci, la Serra, la Devia e Martinucci. La programmazione della
stagione ha inteso proporre direttrici innovative, a volte già in
luce nel passato. «Otello» e «Tancredì» di Rossini, «La clemenza di
Tito» (1981) e «ldomeneo» (1983) di Mozart, «AIcina» di Haendel,
quest'ultima rappresentata nell'Anno Europeo della Musica (1985) con
la regia di Lavelli, sono stati alcuni esempi del felice repechage
di opere del repertorio ingiustamente dimenticate. Ventata d'aria
nuova, dunque, che si estrinseca anche nella puntuale attenzione
riservata al moderno e al contemporaneo. Si inizia nel '77 con «La
carriera di un libertino» di Stravinskij per proseguire con «Le
mammelle di Tiresia» di Poulene ('78); «II giro di vite» ('79) e
«L'opera del mendicante» ('80) di Britten; «Orfeo e Persefone» ('81)
di Stravinskij, sino al fantasmagorico «Jonny spielt auf» di Krenek
dell'anno scorso. Due linee costanti sono state ìnoltre la proposta
di opere russe e dell'italiana generazione dell'80. Ecco allora
splendide edizioni de «L'angelo di fuoco» ('78) di Prokofiev, «La
Dama di picche» di Ciaikovsky ('84) e «Guerra e Pace» di Prokofiev
('86). La «Fedra» di Pizzetti di quest'anno si pone nel solco già
tracciato da altri allestimenti, quali quello de «La favola del
figlio cambiato» di Malipiero, «La donna serpente, di Casella e
semirama» di Respighi. Durante l'estate, si aprono i cancelli della
splendida villa Castelnuovo dove, oltre a godere della deliziosa
frescura e ammirare il curatissimo giardino, è possibile assistere a
rappresentazioni di operette («La vedova allegra», «Il paese dei
campanelli» e «Cin-ci-là», per citare solo alcuni dei titoli più
frequenti), spettacoli dì canzoni nonché prestigiose coreografie.
Inoltre, l’interessantissima proposta dell'opera buffa, ormai forte
di un'esperienza quadriennale. I divertenti casi dell'opera gioiosa
hanno trovato un loro spazio nella pittoresca cornice del Baglio di
Scopello e, l'anno passato, anche nel castello di san Nicola a
Trabia. Tra le operine rappresentate ricorderemo «Lesbina e
Adolfo»(1986), inedito di Alessandro Scarlatti. Tradizione e novità
s'intrecciano nel fervore d'attività e di iniziative dell'Ente
Autonomo Teatro Massimo. Ma, per essere tale nel senso più completo
delle parole, manca proprio lui, il teatro. Sembra di buon auspicio
l'assegnazione dell'ultimo appalto per l'inizio dei lavori da parte
dell'Agenzia per il Mezzogiorno. I lavori dovrebbero iniziare nei
prossimi mesi e concludersi nel giro di un anno e mezzo. Una
speranza, un'attesa affinché la scintillante sala ritorni a
riempirsi e a risuonare. |