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PASQUETTA |
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A cura di : Antonino Alfio Gatto
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Mentre percorro l'autostrada
per raggiungere il luogo dove io e altri meteoappassionati abbiamo
progettato di passare la Pasquetta(in macchina con me ci sono già Salvo e la
sua ragazza, Francesca), nella mia mente scorrono nitide le immagini della
Pasqua passata a Mirto.
Già mi manca l'odore dei camini, già mi mancano le Eolie quando mi sveglio
la mattina gustando un superbo caffè.
Mi manca la piazza con la Chiesa di San Nicolò, e le persone anziane che
camminano raccontandosi del più e del meno.

Già mi mancano le case più o meno belle, ma comunque luoghi di memorie
condivise e di vite provvisorie e di sogni inconcludenti e di anime
sgualcite in quei pomeriggi in cui non sai se la vita sia un gioco o sia un
gioco essere vivi.

Già mi manca la vegetazione rigogliosa, la voglia d'altrove, la pretesa che
un posto come questo sia unico e speciale.

Già mi manca la torre di maiolica di origine arabo-normanna che tanto lustro
diede alla mia famiglia, e che lasciata all'incuria umana si è ricoperta di
erbacce, segno che questo
angolo di Sud che tanto sento mio dovrebbe ripartire dalla bellezza se vuole
diventare se stesso.

E tra una parola e l'altra, un pensiero e l'altro, una risata e l'altra si
arriva nel luogo prescelto, una terrazza sul mar Jonio poco a sud di
Messina, dove incontriamo con gli altri, non prima di esserci inerpicati a
piedi su un sentiero impervio.

Non mi è mai piaciuta tantissimo la Jonica, così brulla e aspra rispetto al
mio versante. Ma questo è un posto magnifico, dove le scogliere a picco sul
mare crea atmosfere che sanno di un'improbabile altrove che nessuno ha mai
visto.
Con l'inseparabile chitarra salgo infine in cima, coi miei amici. Una
telefonata alla mia ragazza che da Mirto mi comunica la sua noia, e ci si
diverte insieme una intera mattinata, tra le note dello strumento che suona
melodie strambe, le margherite che tocchiamo con la curiosità di chi sembra
vederle per la prima volta e la vista dell'azzurro di un mare cristallino,
sbattuto dal grecale.

Nel pomeriggio saliamo, incuriositi da una casa disabitata e sgarrupata
nella quale sembra
ci sia lo spirito di una ragazza che, costretta al matrimonio con un uomo
che non voleva, si suicidò tanto tempo fa. Tante leggende su questo posto: a
me sembra una storia molto simile a quella di "Passu a zita", un posto sui
Nebrodi in cui si narra che una ragazza e un ragazzo si buttarono insieme
dalla "timpa"perchè i genitori di lei osteggiavano la loro unione. Sembra
un'eternità da quando succedevano queste cose, nell'epoca di ragazzine
svestite su Youtube, tradimenti esibiti e ostentati in Tv, letterine e
veline. Niente di moralistico, per carità: meglio oggi che allora.
Neanche la Sicilia è quella di "Volevo i pantaloni", la storia di una
ragazza della Licata dei primi anni '80 che voleva portare i pantaloni come
segno di ribellione: qui l'emancipazione è arrivata tardi, ma si è
velocissimamente imposta. Per fortuna.
Scherziamo sui presunti "spiriti"che aleggerebbero ed entriamo. Accanto alla
casa semidistrutta, una casupola di povera gente coi "guagliuni che jocono
'o pallone", come diceva Pino Daniele in una canzone di oltre vent'anni fa.

Al piano di sopra macchie di sangue di chissà quanto tempo fa, scritte
inneggianti alla droga e mura cadenti. Un cactus ha deciso di crescere
quassù, tra le mura ormai inesistenti. E' la profezia che si autodetermina:
si narra che vi siano i fantasmi, e i fantasmi della società decidono di
venire qui a stordirsi e a narcotizzarsi dalle brutture di questo mondo,
uccidendosi pian piano, in un "cupio dissolvi"che sembra non dover finire
mai.
Scettici e divertiti, decidiamo di scendere negli scantinati, dove si trova
il dipinto di questa ragazza.
Ma un moto d'inquietudine mi prende: una sorta di claustrofobia mi spinge a
cercare velocemente l'uscita. Non la trovo, mi sento in trappola, e anche un
pò ridicolo, ma voglio scappare. Io, che fino a poco tempo prima facevo
dissertazioni su profezie che si autoavverano e su antropologiche affinità
tra leggende di posti diversi, ora scappo. D'accordo, è la natura umana ad
essere irrazionale. Ma sento di scappare, di dover scappare immediatamente.
Mi è già capitato di avere premonizioni, come quando "vedevo"a distanza mio
cugino che piangeva, o a "osservare"situazioni che succedevano lontano da
me, tutte poi confermate nella loro veridicità davanti agli occhi increduli
dei miei amici.
Ma io DEVO scappare.
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Nell'assolato pomeriggio, in questa campagna siciliana fatta di aspre
distese gialle e di rade palme che emergono dalle rocce, in un silenzio
interrotto solo da voci di bambini che giocano, il caldo è l'unica voce
destinata a poter dire la sua.
Ma nello scantinato caldo non ne fa, e Salvo, Giuseppe e Giovanni camminano
tra queste pareti unte di muffa e di graffiti.
Giacomo è uscito, così come le ragazze.
Si parla di queste leggende, ma loro sono tranquilli.
C'è silenzio in questo posto così strano.
TUUF
TUUF
TUUFFF.
Rumore di passi.
Salvo e Giovanni prendono in giro Giacomo."Giacomo, inutile che fai
scherzi!".
Ma Giacomo non c'è più, e si accorgono di essere soli. Presi dal panico,
scappano come dei matti.
"Abbiamo sentito dei passi!"
Li prendiamo in giro, anch'io che ho appena avuto quella strana
premonizione.
Poi ci raccontano, e non sappiamo se credere a quello che hanno sentito.
In quel momento infatti i bambini avevano smesso di giocare, noi eravamo
lontani e neanche i cani abbaiavano.
Di chi erano quei passi?
Loro vorrebbero riscendere, essendo stati affascinati da quel che hanno
sentito malgrado la paura. Ma li convinco a non farlo, e scendiamo tra
ruscelli scarni, vegetazione rada e un sole torrido.
Ma il ricordo di quella casa rimarrà impresso nelle nostre menti.
Che si creda o meno alle leggende.

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