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PALERMO |
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A cura di : Antonino Alfio Gatto
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Agosto 1992.
Si parte tutti, destinazione Palermo. Mi sveglio tutto contento, con la
gioia che solo i bambini sanno avere, eccitato al pensiero di vedere
Palermo. So che è una grande città, e so che d'estate fa caldo come a
Messina: per il resto, ultimamente se ne sente parlare per fatti negativi.
Da due settimane hanno ammazzato un giudice, dopo averne già ucciso uno a
Maggio, e sui giornali si parla solo di quello. Si parla anche della gente
che inizia a ribellarsi, che non ne può più di questo stato di cose. Mia
madre ha un pò paura ad andare in una città straziata, io no. Io di queste
cose non ne capisco nulla, voglio solo visitare questo nuovo posto sfidando
la canicola che inizia a incombere.
Dopo Tusa, l'ultimo comune della provincia di Messina(da un pò ho iniziato a
interessarmi di geografia, e so individuare piuttosto bene i posti), il
paesaggio inizia a cambiare aspetto.
Sono abituato al verde delle colline e delle montagne del messinese, un
verde acceso anche d'estate. Ora è il giallo il colore dominante, e spiccano
con più facilità i paesini arroccati sui crinali, le finestre delle cui case
brillano alla luce del sole.
Fa caldo, fa molto caldo. Le Madonie, con i loro pizzi aspri, i loro
versanti soleggiati, contribuiscono a rendere l'afa ancora più opprimente.
"Ma quando arriviamo?"dico a mia madre, spazientito dopo un'ora e passa di
viaggio. "Fra poco, Ninì", rassicura mia madre. Tempo dopo avrei odiato quel
nomignolo, ritenendolo troppo "da bambino".
Si arriva a Palermo.
Le prime case che incontriamo sono antiche ma abbandonate, lasciate al
degrado. I panni stesi ad asciugare al sole e al vento, le signore strane
che parlano in un dialetto per me incompresibile, i campetti di calcio
sterrati contribuiscono a rendere l'atmosfera ancora più curiosa.
Siamo ormai in città, e lasciamo l'auto vicino alla stazione. La portiera
dell'auto è bollente, scotta.
In questa calda giornata d'Agosto, tutto appare fermo, immobile. L'asfalto
sembra tremolare per il caldo, le persone, rade, camminano lentamente.
Per le strade ci sono odori di ogni tipo, i rumori dei "motori"-così
chiamano qui i motorini-sono assordanti e spezzano, violentandolo, il
silenzio. Mangio un ottimo gelato al caffè, ma il caldo lo fa velocemente
colare.
I palazzi sono alti, signorili. Tutto ha il sapore di essere antico, e
genuino.
Subito dietro queste vie signorili è possibile trovare di tutto, dal
mercatino alla gente seduta sulle sedie fuori casa che parlotta.
Si arriva, dopo un pò di cammino, a Piazza Pretoria, dove vi è il Comune, e
una Chiesa stupenda. Quanta magnificenza, si vede che la città è stata-e
continua a essere-una capitale. Peccato ne parlino così male. Per me la
parola "mafia"è ancora priva di senso, ma già ho chiaro in mente che non
puoi criminalizzare un intero popolo. Mi sento piccolo piccolo di fronte a
tanta bellezza, mentre dopo aver superato i quattro canti, quattro fontane
che ornano un quadrivio, proseguo con i miei genitori e i miei zii il
cammino.
Si arriva al Duomo ed è una folgorazione: che architettura strana, penso,
non sembra neanche di essere in Sicilia- ho già visto Urbino e Firenze, e
questo spiazzo mi sa d'altrove.
Beviamo, beviamo tanto.
E' l'una, e il sole ora è davvero forte. Mia madre chiede un'informazione a
un passante. "Ma voi a Catania non avete strade così belle", aggiunge il
passante dopo aver dato l'informazione. Non siamo di Catania, ma mia madre,
per non deluderlo, soprassiede.
Il Teatro Massimo è imponente, maestoso, strabiliante nella sua imponenza.
Piazza Politeama è una scoperta, a me sembra immensa. Di qui si arriva al
porto percorrendo vie strettissime, dove ti sembra di passare da Parigi ai
paesi arabi nel giro di un attimo. Non è però un contrasto che mi
infastidisce, anzi, rende questa città ancora più affascinante.
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Vicino al Palazzo di Giustizia, quello che tante volte ho visto in TV, c'è
un mercatino curioso. I commercianti "banniano"come a Messina, ma lo fanno
con un vigore che è proprio di questa città. Le loro urla sono ben udibili
anche da lontano. L'odore del pesce si mescola a quello del fritto, mentre
il sudore bagna la mia testa in continuazione, senza sosta. Mi asciugo con
un fazzoletto e proseguo. I miei mangiano unì "pani ca meusa" e le "panelle",
io ne assaggio un pò. Le panelle mi piacciono molto. Luci e ombre, in queste
viuzze, si mescolano.
Si riparte, e si torna a Mirto. Avrei rivisitato questa città anni dopo, in
momenti meno tristi, e mi sarebbe piaciuta ancora di più. Forse per questo
quando visiterò altre città mediterranee, da Lecce ad Atene, mi sembreranno
così familiari, molto di più di quelle nordiche che mi affascinano
ugualmente ma per altri motivi. Il mare, i mercati, il sole a picco: tutto
questo, a Lecce come ad Atene come a Palermo, mi sa di casa. |
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