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MIRTO 08/08/99 |
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A cura di : Antonino Alfio Gatto
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Mirto, 8 Agosto 1999.
E' appena finito un inverno memorabile, ho visto per la prima volta la neve
ammantare di bianco Messina, i bambini giocare a palle di neve sul mare. La
Messina-Palermo è stata chiusa al traffico, mentre quassù, a Mirto, ci sono
stati 50 centimetri, come testimoniano le foto che i miei amici mi hanno
fatto vedere. Sembrava un presepe, i "ghiaccioli"che pendevano dai tetti,
appesantiti dalla neve. -4 la temperatura registrata da un mio amico
meteoamatore all'alba del l'1 Febbraio.
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Lo scirocco scende dalle montagne, secco, asciutto, torrido. Sono seduto su
una panchina, e guardo le auto passare, senza far nulla. Con questo caldo
non si può far nulla.
Mi sono già accorto che quando decide di far caldo, qui a Mirto, non ce n'è
per nessuno. Non è il caldo umido-e costante-di Messina, è un caldo che
arriva dopo nottate fresche e giornate non troppo calde: Mirto per fortuna,
pur essendo ad un'altitudine modesta, ha una bella piana davanti che smorza
il calore e l'umidità provenienti dal mare, e di notte il vento è assente,
quindi si scende bene. Non è infrequente, poi avere temporali estivi che
rinfrescano bene l'aria, provenienti dalle Eolie. Ma quando arriva lo
scirocco dalle montagne, il caldo lo soffri di più. Non solo perchè avverti
la differenza con quando non c'è, con quelle nottate fresche e umide in cui
scendi a 17-18 gradi senza problemi. Ma anche perchè qui è secco. Un seccume
che afferra la gola, che non ti dà tregua, che incendia la valle fitta di
boschi. Io, da messinese, non ci sono abituato. A Messina le casalinghe
sanno che quando arriva lo scirocco e si lava a terra"u pavimentu non si
sciuga", il pavimento non si asciuga. Provatelo a dire da Milazzo a Palermo:
ti riderebbero in faccia.
Quest'anno, però, è diverso. Fa troppo caldo.
Le cicale, in questo tramonto rosso fuoco pieno di pulviscolo sahariano, non
la smettono di cantare.
"U ventu i terra", come lo chiamano qui, ti entra nelle narici, ti
scompiglia i capelli. Nell'aria non c'è alcun odore se non di cenere, quella
che viene dagli incendi che stanno devastando la vallata del Fitalia.
Continuo a star seduto su questa panchina. Stasera abbiamo deciso con amici
di andare a Capo D'Orlando a prendere qualcosina.
Tutto è statico, immobile, tranne alcune raffiche che di tanto in tanto ti
rendono nervoso.
Non lo sopporto, questo caldo, non sopporto che un fenomeno che è
normale-due/tre giorni di scirocco dopo giorni e giorni di caldo
gradevole-si debbano trasformare, ultimamente, in un incubo infinito.
Decido di scendere dietro Sant'Alfio, il mio luogo di "eremitaggio"quando
non ho voglia di stare con nessuno se non con qualche amico.
Da qui si domina la valle, anche se non vedo il mare. Castell'Umberto, San
Salvatore di Fitalia, Galati Mamertino sono circondati da incendi.
Di tanto in tanto passa qualche vecchietto che si lamenta del caldo.
L'asfalto, con cui poco intelligentemente hanno deciso di pavimentare questo
piccolo spiazzo, è bollente e rimanda calore.
Sant'Alfio suona i suoi rintocchi: sono le otto meno un quarto.
Qualche lucina comincia ad accendersi.
L'odore del pane appena sfornato comincia a diffondersi, ma le raffiche che
di tanto in tanto si scatenano spingono questo invitante "ciauru"verso
un'altra direzione. Passa qualche motorino, fendendo l'aria caldissima.
Non riesco a pensare a nulla, in questo Agosto africano. Il verde degli
alberi sembra stonare con questo contesto. Le luci del tramonto, col foehn,
sono imperdibili, e decido di andare a Loreto, l'ultimo quartiere del paese
prima che le case si confondano coi boschi.
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Le Eolie sono nitidissime, il rosso adesso è meno acceso. Mi siedo sul
cemento a contemplare il tramonto, ma è troppo caldo. Il fruscio degli
alberi, all'ennesima raffica, è assordante. Calma di vento e raffiche si
rincorrono, inseguendosi, unite solo dalla comune avversione per il fresco,
quello che una volta dominava.
Una macchina di passaggio lascia uno scarico di smog che il vento scaraventa
verso nord. L'umidità inizia ad aumentare, mentre in bocca ho il sapore del
solito caffè, che però oggi non mi rende più vigile, ma ancora più nervoso e
irrequieto.
Il vento si riferma ancora, mentre il sole ormai è un puntino circondato da
un alone assieme bello e inquietante.
Passa un amico, che mi urla: "Nino, vidisti? Cannu d'invernu nivica,
d'estati nna faci pajari sempri!" "Si, ce la fa pagare", penso. Ma se questo
ormai è lo scotto, forse meglio non avercelo un inverno così.
Torno a casa, affaticato dalla salita e dal caldo.
Nell'aria c'è ancora silenzio, ancora puzza di fumo, poi ancora silenzio.
E' sera. Si parte per Capo D'Orlando.
Mi fermo a guardare il paesaggio: è incantevole.
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