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I SICILIANI NON AMANO IL MARE

   

A cura di : Antonino Alfio Gatto

 

"I siciliani non amano il mare. Dicono di esserne grandi appassionati, di non poterne fare a meno, ma è un'esibizione, uno sfoggio di vanità. I siciliani, anche quelli dell'entroterra, ci tengono a far sapere che il mare ce l'hanno in uso perpetuo e gratuito, che a differenza degli altri non devono andare a cercarselo. Per quanti se ne riempiono gli occhi e i polmoni ogni giorno dell'anno, è un'altra prova della particolare benevolenza divina, la spiegazione più evidente del nostro essere un popolo speciale".
Così recita lo scrittore catanese Alfio Caruso. Penso, mentre esco dall'università alle tre del pomeriggio dopo una mattina passata lì, che questa frase contiene una grande verità. Beninteso: i siciliani che amano il mare sono molti, ma la maggior parte il mare non lo ama, lo usa solo per dire al mondo intero che, come nella canzone di Baglioni, "non vogliamo andare in paradiso se lì non si vede il mare".
In realtà la Sicilia ha angoli bellissimi anche se il mare non c'è. Le stesse Palermo, Catania, Siracusa, Messina, quest'ultima purtroppo devastata ogni secolo, con cadenza agghiacciante, da un disastroso terremoto e da uno tsunami ancor più brutale, hanno angoli stupendi anche se questi non si affacciano sul mare. Il mare è uno sfondo, stupendo, ma uno sfondo resta.
Ed è scendendo verso il mare che, dopo lo studio, esco per scattare un pò di foto.
La primavera incombe, e non voglio perdermi uno scorcio della stagione che più amo.
Scendo dal Viale Boccetta, intasato di auto che con i loro clacson e la puzza di smog rovinano questa dolce atmosfera. Sullo sfondo il porto, con le navi che si danno il cambio.

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Giro a destra, verso il Corso Cavour. I viali larghi e i palazzi bassi sono frutto di criteri antisismici, ma fanno un effetto nient'altro che brutto.
I palazzi neoclassici, un pò anneriti dall'inquinamento, danno a Messina un tocco di eleganza. I giochi di luce creati dal sole quasi al tramonto creano scenari suggestivi.

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Scendo verso la cortina del porto, quella che prima del terremoto era la "palazzata"ammirata da chiunque arrivasse in Sicilia. Palazzi imponenti, antichi, che svettavano assieme al Campanile più alto della Sicilia, coi suoi novanta metri. Ora sono davanti al Teatro Vittorio Emanuele.

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Sono sulla cortina del porto, quella che nel resto della Sicilia si chiamerebbe "a marina". Qui, ogni giorno, tanti ragazzi della mia età prendono il tram per andare all'università.

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Ad un certo punto si apre davanti a me Piazza Municipio. Le palme lo circondano quasi a proteggerlo, sullo sfondo si vedono il Duomo, il sacrario di Cristo Re, la Chiesa di Montalto e Dinnammare, la nostra montagna.
Mi avvicino, e fotografo uno scorcio.

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Arrivo in quella che una volta era l'unica piazza rinascimentale della Sicilia. Poi i vari terremoti ne hanno mutato l'aspetto: oggi è una piazza variegata. La fontana del '400, il palazzo del '500, il Duomo metà duecentesco e metà novecentesco, il Campanile anch'esso moderno, progettato negli anni '30 dagli Ungerer di Strasburgo. E' l'orologio meccanico più grande al mondo, e i turisti che vengono dalle navi da crociera ogni mezzogiorno guardano lo spettacolo offerto dalle statue che si muovono, rappresentando allegoricamente la storia di Messina, e alla fine applaudono. Il calcare a polipaio, che come mi ha spiegato un amico è una pietra marina ricca di fossili, al tatto molto aspra e appuntita, è stato utilizzato per la costruzione del Duomo, e nelle giornate serene la Cattedrale riluce in modo suggestivo e abbagliante.

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Proseguo il mio cammino, mentre il sole cerca di addormentarsi, ma sembra non voler prendere sonno. Mi avvio verso Piazza Cairoli, immortalando angoli centrali eppure semisconosciuti.

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Sono quasi arrivato alla piazza, dove vorrei mangiare una granita, ma non resisto alla tentazione di fotografare la città al tramonto.

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Il suono dei volatili si attutisce come se gli uccelli avessero capito che la giornata lentamente si sta spegnendo, ma purtroppo è il frastuono delle auto a prevalere. Cerco di immortalare ciò che posso, camminando lentamente, assaporando gli ultimi scampoli del giorno che muore. Di questa zona amo particolarmente una Chiesa settecentesca e quella di Santa Maria Alemanna, quest'ultima uno dei pochi esempi di gotico in Sicilia, entrambe sopravvissute al sisma del 1908, quello più disastroso.

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Camminandopedi pedi (che significa "piedi piedi": noi siciliani ripetiamo il termine per esprimere un senso di movimento)mi accorgo di quanto i messinesi da un lato facciano sfoggio del loro mare, dall'altro siano profondamente cinici e disincantati circa il futuro della loro città. Nell'inconscio collettivo della città c'è un senso di rabbia per la città che era e non sarà più, la città che splendeva di monumenti, la città di Antonello, la città che era seconda solo a Palermo. Dov'è finita quella città? Sotto le macerie. Ormai però è passato un secolo, e il terremoto è diventato un alibi per chi non vuole cambiare. Abbiamo ancora una città graziosa, e se da un lato molti dalla provincia e dalla Calabria vengano qui a lavorare, moltissimi altri-tra cui miei cari amici-fuggono altrove, non necessariamente al Nord, anche in altre realtà vicine.

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Passo vicino ad un locale dove festeggiò il suo diciottesimo compleanno una mia amica. Quanti ricordi. Lei adesso è partita per Roma per diventare diplomatica, come un altro amico che è andato a Bologna per diventare cantante-e ci sta riuscendo, e il mio compagno di banco che è fuggito a Milano e studia alla Bocconi. Che tristezza, loro non ci sono più e io ho ancora tanti amici, per fortuna, ma mi mancano. Guardo il tramonto, e cerco di coglierne le sfaccettature multiformi, il prisma di colori che si viene a creare, mentre le auto sfrecciano fendendo l'aria tiepida.

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Vado al bar, dove incontro un amico. Mangio una granita al limone, fresca, dolce, superba. L'hanno inventata a Messina, nel '600, e solo in Sicilia sanno farla bene. Questo sì, è un mio piccolo vanto.

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Cala la sera. Fa fresco adesso, la brezza di mare tira bene. Ne sento l'odore. La Calabria adesso è fatta di tante lucine, e nel cielo viaggiano nuvole che vanno e vengono. Torno a casa.

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Ripasso dal Duomo, è sempre suggestivo il Campanile, anche di notte. Da lassù domini la città.

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Arrivo in piazza Antonello., dove le margherite regnano indisturbate da Novembre. Mi piacciono, creano un mix interessante tra una piazza dall'aspetto così "centroeuropeo"dei primi del '900 e un'atmosfera giocosa, festante, vivace che solo la primavera sa dare.
Chissà se i siciliani amino il mare.


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