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Oltrepassato il confine
di Stato, dalla Francia, sono a Genova.
L'odore del mare mi accoglie, così come l'azzurro del cielo che corona i
monti attorno alla città. Genova è una città magica, dove il sapore della
salsedine sembra entrarti dentro, così come il candido e soffice manto
bianco che quasi ogni anno, a sopresa, come un ladro, arriva qui, caso raro
per una città adagiata sul Tirreno.
Per i suoi vicoli mi sembra di sentire le canzoni di Fabrizio De Andrè, e
gli accordi di "Notti di Genova"di suo figlio Cristiano: "Donne di
madreperla con la ruggine sulla voce/e ognuno porta in tasca la sua croce".
Da Genova entro in Pianura Padana: è ancora mattina presto, e la foschia
ricopre a metà case sperdute nei campi che sanno di concime e di umido che
ti entra nelle ossa. Distese piatte, strade tagliate a metà da qualche banco
di nebbia.
Sono a Torino, città austera ed elegante, coi suoi palazzi e la sua Mole.
Torino antica capitale, città misteriosa, vicina alla Francia: chissà, forse
proprio per questo l'astigiano Paolo Conte, mezzo avvocato e mezzo
cantastorie, è così amato oltralpe.
Il panorama piemontese è un misto di pianura e collina, di Alpi innevate e
valli scoscese.
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Sono in Lombardia.
Milano, città amata/odiata anche dai suoi stessi abitanti, conserva una sua
bellezza che sfugge ai più. I palazzi neoclassici, gli angolini nascosti
come Piazza Sant'Alessandro, il Duomo gotico ti fanno sentire in Europa.
Quanto è lontana la Milano della mia infanzia, quando grazie a Tangentopoli
ti sembrava di respirare un'aria diversa: non sapevo perchè, è ovvio, ma
c'era fermento e tutti volevano una svolta.
Il cielo su Milano è grigio, oggi, e i ghisa fanno multe poco gradite mentre
la gente va e viene di fretta, e i ragazzi mangiano, coi volti scavati forse
dal sonno o forse da notti brave, in piazza Duomo, in mezzo a rapaci colombe
che strappano via scampoli di cibo caduti per terra, e fanno a gara tra di
loro, come due tizi malmostosi che fanno a gara per chi abbia la precedenza.
Andando più in là, verso est, c'è il Veneto, terra antica e orgogliosa.
Arrivo a Venezia quasi volando, e mi perdo tra il vociare dei turisti e la
veduta di piazza San Marco.
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Bologna è bella, e scampoli di sole riappaiono nel grigiore del cielo.
Non fa freddo, e la gente prende caffè nei tavolini fuori dai bar.
In queste mattine burrose di facce smunte e cuori imbronciati puoi trovare
ogni cosa. Come non essere attratti da Bologna, città complicata che esula
da ogni definizione. Non è Bologna "la rossa", non è Bologna "la dotta", è
semplicemente Bologna, l'unica città dove "maruchèn"non significa
marocchino, ma chiunque stia da Firenze in giù.
Ora sono altri i maruchen: ma questa è un'altra storia.
Firenze lascia basiti: non solo per il Campanile di Giotto, o il Battistero,
o il Ponte Vecchio, ma anche perchè Firenze è unica nel suo genere.
Folle di turisti la invadono ogni anno, così come accade in altre città
toscane.
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Roma mette soggezione.
I tramonti rosso fuoco, i giorni barocchi, le fontane e i palazzi e le
Chiese e i vicoli. Questa è Roma. Inutile dire quanto sia bella. Ma
altrettanto inutile dire quanto sia bella. Roma mi piace di notte, anche se
ancora è primo pomeriggio.Non fa caldo, ma l'aria è tiepida, dolce. Il
Ponentino, qui, è uno stato mentale, non soltanto una brezza.
Sono a Napoli, poco dopo.
Il Vesuvio svetta sul Vomero, sui Quartieri Spagnoli, sul rione Sanità,
sulle vie eleganti della borghesia partenopea. Città vivace, Napoli, ben
descritta da poeti, musicisti e attori, e non ho altro da aggiungere.
Sarebbe una presunzione.
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Lecce mi accoglie nel tardo pomeriggio. Città sconosciuta a molti, ma amata
da chi ci è andato.
Diffice non amare "lu Salentu", ma in particolare questo angolo prezioso,
questo gioiello incastonato tra due mari sull'estremo confine est
dell'Italia. Da qui vedi l'Albania nelle giornate di tramontana. Santa
Croce, piazza Sant'Oronzo, il Duomo, sono tutte meraviglie imperdibili, così
come le bellissime ragazze che vedo ogniqualvolta metto piede qui.
Inizia a piovere su Lecce, in questo momento, ma la sfuriata finisce subito,
e scendo più a sud.
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In serata arrivo a Palermo.
Non so mai come poter descrivere quella che è, secondo me, una città tra le
più belle che abbiamo.
Città di cui si è parlato spesso male, ma che sa dare prove di coraggio.
Città spettacolare nei suoi giardini dorati, nel suo asfalto lucido su cui
passano moto e auto clacsonanti rabbiosi gemiti, nei suoi palazzi tra i
quali ti sembra di essere a Parigi e le viuzze in cui ti senti a Tunisi, tra
mercati e lenzuola stesi ad asciugare, nei giorni di favonio in cui ti si
secca pure il respiro, ti si brucia la gola e le auto si "incunu"di sabbia.
Città esagerata, dove "foddi"diventa "fùaddi", "còsi"diventa "cùasi", "murènnu"diventa
"muriànnu", in un'iperbole linguistica senza fine. Anche questo ne fa una
capitale.
E' notte su Palermo, e le vie si riempiono di luci, da via Roma a via
Maqueda, dal Politeama a Mondello a Monte Pellegrino che svetta sulla città
quasi a proteggerla.
Ma mi sveglio di soprassalto, e il sogno è finito.
Naturalmente nel sogno ho visto tanto altro, da Bari a Cagliari ad Assisi,
da Brescia a Cosenza, da Trento a Pisa a Campobasso.
Ma non ricordo queste altre visite, forse perchè nel sogno andavo troppo di
fretta.
Recita una canzone di Fossati:
"E' una notte
in Italia che vedi
questo taglio
di luna
freddo come una
lama qualunque
e grande come
la nostra fortuna"
E allora, buon viaggio.
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