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Fest'i Maronna |
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A cura di : Antonino Alfio Gatto
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Un Settembre di qualche annetto fa.
Come ogni anno, a Settembre c'è un rituale che coinvolge tutta la famiglia:
l'andata a Reggio per "fest'i Maronna", la festa patronale di Reggio.
E' una piccola concessione alla parentela calabra, visto che per metà sono
calabrese ma l'estate la passo a Mirto, il paese di mia madre.
Io sono nato e cresciuto in mezzo, a Messina, e pur considerandomi messinese
a tutti gli effetti non ho mai perso i legami nè col ramo materno nè con
quello paterno. Le radici sono da preservare, a ogni costo.
A fest'i Maronna(che tradotto in italiano significa "festa di Madonna",
quasi un tributo di confidenza eccessiva alla Vergine)i miei negli ultimi
anni non ci vanno più con l'entusiasmo di una volta. Io inizio a pregustare
già giorni prima l'evento: la processione vista nel solito posto, il pranzo
coi parenti, il pomeriggio sul corso.
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La nave percorre il mare, increspato da lievi flutti. Il cielo è grigio. I
miei rimangono dentro la nave, io esco. L'aria è fresca, per essere
Settembre, sembra voglia piovere. Forse, penso, è il primo anno che vedo
piovere per questa ricorrenza.
L'odore del mare è intenso, l'atmosfera è opaca. I riflessi di qualche
raggio di sole che riesce a far capolino arrivano su alcuni tratti di mare,
che riluce. Tocco la ringhiera, piena di salsedine. In bocca ancora il
sapore del cornetto caldo. Il suono dei gabbiani irrompe all'improvviso, e
fende l'aria satura di pioggia che, finalmente, inizia a cadere.
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Da Villa San Giovanni prendiamo l'autostrada: ecco Reggio, coi suoi palazzi
moderni arrampicati sulle prime propaggini dell'Aspromonte, oggi sparito
sotto una coltre di nubi.
Piove.
Arriviamo a Reggio, e la città, come sempre in questa occasione, è nel caos.
Ai bordi della strada vendono palloncini, quelli che mi facevo comprare pure
io. Belle ragazze passeggiano nella pioggia, con gli ombrelli che fanno da
scudo.
Parcheggiamo vicino al Museo, e arriviamo al solito punto da cui, da circa
vent'anni, vediamo la Madonna scendere da un luogo chiamato "Eremo".
La folla, come sempre, si accalca ai bordi della strada, mentre la pioggia
scende, incessante eppure leggera.
Ci mettiamo nel nostro posto e aspettiamo.
La statua della Madonna appare, e dalle due ali di folla si levano applausi
scroscianti, che si mescolano al tintinnio della pioggia.
Ai balconi vecchi, giovani e bambini assistono a questo rituale.
Assieme alla Madonna, il sindaco e il Vescovo.
Strano, mi diranno i miei parenti calabresi, vedere un messinese così legato
a un rituale che appartiene a un'altra città.
Dopo la Madonna consueta passeggiata per le vie del centro: mia madre e mia
sorella guardano i negozi, mio padre sta coi parenti, io vado in cerca di
librerie e negozi di musica.
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A pranzo la tradizione vuole che si mangi tutti assieme agli zii. Passiamo
il primo pomeriggio a parlare de più e del meno, mentre continua a piovere.
Alle quattro mia madre va al mercato, mio padre si addormenta un'oretta.
Il pomeriggio di nuovo sul Corso, mentre pioviggina, e poi sulla Via Marina.
Piove, e la pioggia, col suo odore, il suo suono, il suo cadere lieve tra le
mani, il suo sapore aspro, il paesaggio di chiaroscuri, crea un'atmosfera
unica.
Torno nella mia città con la gioia di chi non si è dimenticato che le sue
origini sono anche qui, tra queste strada, questa gente, queste tradizioni.
Questo non mi impedisce di vedere che, malgrado i passi avanti, Reggio è una
città che ha ancora problemi, e pur cercando di veder il bicchiere mezzo
pieno so che ci sono. Ma ciò non toglie che oggi qui io stia bene.
Dedicato a chi disprezza le tradizioni, rinnega le proprie radici e offende
le propie origini. |
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