
Igoumenitsa, ore 06:40.
Un pullman di studenti italiani scende dalla nave, e arriva nella
cittadina ancora sonnolenta.
In verità, anche molti di noi ancora dormono.
La città ci accoglie con le lucine delle case dei pescatori ancora
accese, come a volerci comunicare di non disturbare. Nelle strade non
c'è nessuno, tranne qualche motorino.
Mi sembra di essere in Liguria, nelle Cinqueterre.
Un distributore di benzina delimita la fine del centro abitato, mentre
le prime luci dell'alba spuntano, giallastre. La luna però, non ne vuol
proprio sapere di dare il cambio, e continua a svettare tra le montagne
che mi sembrano altissime.
Ci si comincia a svegliare. Il pullman sale, sale, inerpicandosi su
queste pareti rocciose appena illuminate dall'alba ormai giunta.
L'autista, un quarantenne sfrontato e un pò rozzo, pensa a svegliare
tutti raccontando barzellette dal microfono. L'invitante odore del
prosciutto che proviene dal mio zaino mi invita a far colazione; io sono
già sveglio da un pò. Scarto con discrezione il panino, al tatto ruvido
e corposo, molto invitante, e ne mangio metà con gusto, lentamente. I
miei compagni, meno delicati, mangiano tutto ciò che è a loro
disposizione.
Suona il cellulare, un robo enorme che da lì a poco sarebbe diventato
obsoleto. E' mia madre, a cui rispondo svogliatamente.
Le montagne, selvagge ed aspre, adesso mi ricordano quelle della
Sicilia. Il sole è finalmente deciso a metter fine alla notte, e
guardandomi indietro, verso ovest, scorgo i profili enormi delle isole
dello Jonio. Sono bellissime, sembrano dei giganti sospesi nell'acqua.
Rifletto su quanto siamo spesso presuntuosi noi siciliani a pensare che
nel resto del mondo non vi siano bellezze come le nostre, che di già
sono fantastiche.
Mi piacerebbe sentire il rumore del silenzio circostante, in questi
sentieri non interrotti neanche da una casa, ma i miei compagni, che
parlano delle discusse gesta della messinese Marina La Rosa nella prima
edizione del Grande Fratello, non ne vogliono sapere.
La radio trasmette musiche stranissime(saranno queste le "musiche
balcaniche"di cui parlava Battiato?-penso), mentre le stazioni cambiano
a seconda dei versanti e di tanto in tanto riappaiono scorci d'Occidente
con i Planet Funk, che sono appena "esplosi".
Dopo un pò si arriva a Ioanina, capoluogo dell'Epiro. Sembra di stare in
Austria: il lago limpido e cristallino, il freddo pungente, le case
graziose e ordinate, il castello.
Ci sono molti italiani che lavorano qui, tra cui una barista di Vicenza
che vive qui da anni ormai, sulla cinquantina. Ci parla di sè, e tra un
caffè e l'altro si riparte.
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L'inverno è stato caldo, tra i più caldi che io ricordi. Chissà se ci
sarà più un inverno così, ripenso, mentre i miei compagni si divertono a
tirarsi gli aeroplanini di carta.
Quattro mesi di mitezza ininterrotta, ed un Marzo con trenta gradi e
passa mi hanno sfiancato.
Ad Aprile è arrivato il freddo, e la guida, Georgòs, un ometto baffuto
che parla sei lingue, ci conferma che in effetti è stato anche qui così,
con la gente che a Marzo è andata a farsi il bagno."Mal comune mezzo
gaudio", rifletto con un pizzico di soddisfazione. Mai avrei pensato di
vedere, tre anni dopo, il Partenone seppellito dalla neve.
Ormai Ioanina è alle nostre spalle, e si allontana come una persona
amata che non hai voglia di lasciare.
Saliamo su un pizzo di cui non ricordo il nome. Le chiazze di neve sono
ben evidenti, e sentiero dopo l'altro si arriva a Metsovo, una località
dove si pratica il turismo invernale. Si mangia, e si riparte.
Percorriamo boschi ininterrotti: pini, abeti, larici, betulle, ancora
senza una casa, senza un abitante. Penso ai nostri paesini di montagna,
abbarbicati l'uno appresso all'altro, senza sosta, e mi stupisco di
tanta bellezza.
Si scende, un pò mi dispiace abbandonare tanto splendore.
Si arriva a Kalambaka, una città dell'entroterra della Macedonia al
confine con la Tessaglia.
La città appare carina. Il sole scalda di brutto, mentre scendiamo e
posiamo i bagagli in albergo.
Siamo nel tardo pomeriggio, e la temperatura cala vistosamente. Si vede
che siamo in una cittadina dell'interno. Le meteore, speroni di roccia
isolati sulla cui cima vi sono dei conventi, sono imponenti e dominano
l'abitato.
Cerco di vedere dove sia una mia compagna di scuola che alloggia in un
altro albergo e che viaggia su un altro pullman, di cui sono invaghito.
E' la più carina della scuola, e tutti invidiano quello che sembra poter
diventare, di qui a poco, un rapporto che va oltre la semplice amicizia.
Non la vedo, e triste torno in albergo.
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Kalambaka di notte fa un altro effetto.
La vita notturna è intensa, e i pub si susseguono l'uno dopo l'altro coi
vetri esterni oscurati, chissà perchè. Entriamo in uno di questi locali,
e ordino una birra. Per molti è un'abitudine, per me, timido introverso,
è una conquista. A diciassette anni suonati, sorseggio la mia prima
birra con gusto, e lascio che la schiuma si posi sulla mia bocca,
assaporandone il gusto acre. Mi sento così indietro rispetto ai miei
coetanei...guardo fuori, mentre i miei compagni parlano del più e del
meno. Le ragazze locali sono bellissime, alte, di ceppo slavo.
Usciamo, e corro, con lo stupore dei miei compagni che mi vedono
sgusciare via senza dare una spiegazione, dalla ragazza che tanto
desidero rivedere. La incontro in mezzo alla strada, mentre l'aria,
ghiacciata, fa sembrare Febbraio questo fine Aprile.
E' ubriaca, o finge di esserlo.
"Vuoi venire nella mia stanza?". "No", le rispondo.
Lei, offesa, torna in camera ed io, incosciente e timidissimo, forse
impaurito del fatto che tutto si potrebbe fermare lì senza avere un
seguito, torno a mia volta dentro.
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Dopo tre giorni, durante i quali ho visitato posti di una bellezza
imbarazzante, primo fra tutti Kamena Vourla, un centro costiero
dell'Egeo, sono a Olimpia. Il paese è bruttino, il mangiare pessimo.
Sono stanco morto, e intontito dalle raffiche fortissime di scirocco.
Entro in polemica coi miei compagni che pensano che lo scirocco, in
Grecia, non possa esserci, anche perchè questo è secco. A Messina lo
scirocco viene dal mare, questo è molto diverso dal nostro, più simile a
quello che spira a Palermo, secco e bollente.
Dopo una passeggiata salgo in albergo: domani si parte per Atene, e
staremo tre giorni esatti.
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22 Aprile 2001.
Il cielo sopra Atene è gonfio di nubi. Inizia a piovere, prima piano,
poi forte, poi sempre più forte. Le gocce fanno rumore sul pullman, e
offuscano la vista del Partenone e dello Stadio che da qui a poco
servirà allo svolgimento delle Olimpiadi, come ci spiega Georgòs, ormai
diventato uno di famiglia.
Il pullman prosegue la sua corsa nei meandri di Atene. E' prevista una
serata in discoteca, dopo due giorni di visita alla città. Sono ansioso,
ho deciso di parlare con lei: non posso più nascondermi, è sei mesi che
la conosco, e ho sprecato anche un'occasione.
Scesi dal pullman, l'odore di pioggia mi allieta. L'aria è fredda,
decisamente fredda. Una stazione sulla costa meridionale della Grecia
rileverà sei gradi. Mai ho sentito in Aprile un freddo del genere.
Entro in discoteca. Solita birretta, solita timidezza. La vedo, e le
chiedo subito di parlare.
Lei accetta. Mi allontano un attimo, poi la rivedo...con un'altro. Un
gran bel colpo per me.
Esco fuori a pensare un pò a quel che mi è capitato. Tutto sta cambiando
troppo in fretta dentro di me. La birra, la discoteca, l'amore finito
prima di iniziare..."sono diventato grande in ritardo", penso.
Ma forse era anche ora.
Mi fa compagnia il profumo della pioggia, il rumore delle gocce che
cadono forti, la vista del Partenone illuminato, il sapore della bocca
che fuma, mentre tocco la mia giacca di pelle, liscia, con le gocce che
le cadono sopra ma non si posano.
Torno in albergo.
"A Mirto nevica", mi comunicano i miei.
Cerco, in quegli attimi strani e confusi, con le lacrime che si
mescolano alla pioggia che imperversa, di immaginarmi come potesse
essere un paesino della Sicilia di mille abitanti, su una collinetta,
immerso nella bufera, la stessa che imperversa sui monti attorno a me.
Sarei cambiato molto in seguito: i primi "successi"con le ragazze, le
risate in comitiva, una disinvoltura nuova.
Ma a volte guardo quell'ingenuità e la rimpiango. Quella di chi vede in
una ragazza qualsiasi una dea, e quella di chi si gode una sferzata
fredda senza mappe, senza modelli, senza isoterme previste, solo con uno
sguardo che accoglie stupito ciò che la natura può offrire, in una
gelida serata d'Aprile.
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